Tornando a casa
Se si cerca di risalire all’origine della parola missione, si viene ricondotti al verbo mandare. Mandare o essere mandato a compiere un incarico. C’è anche un’altra definizione di missione, riferita ad una vernice, miscela di oli, ideale per incollare materiali come la foglia oro su superfici non troppo porose o comunque lisce e compatte. Va stesa con un pennello con caratteristiche specifiche, e a volte è necessario che venga supportata dalla presenza di una vernice aggrappante per far si che la missione aderisca. Questa vernice ha bisogno di tempi di essiccazione molto lunghi per far si che sviluppi il suo potere, di un ambiente non umido, non polveroso, di essere stesa uniformemente per evitare grumi. La superficie trattata con la missione va poi protetta per evitare che prenda polvere. Forse questa definizione rende l’idea di che cos’è la Missão São Frumenzio. Un qualcosa che è stato costruito con il tempo, che ha bisogno dei suoi tempi e dei suoi spazi, che presenta dei limiti e difficoltà, ma con i giusti strumenti, supporto e collaborazione è possibile preservare la sua preziosità.
Abbiamo desiderato questa missione, così costruendo la definizione di quello che è stata la nostra esperienza. Una definizione fatta di realtà vera e quotidiana, di momenti semplici, amari, pieni di felicità ma anche di miseria, di difficoltà e di ingegno e collaborazione per affrontarle queste difficoltà, di tanti limiti ma anche di speranza che questi limiti a volte si riesce ad estenderli o girargli intorno così da trovare una via alternativa.
Ci si immerge in una capulana di colori e di figure che a volte si ripetono nella trama, che a volte sono imperfette, che si annodano, si cuciono si uniscono e si colorano in modi sorprendenti. Usate nella loro versatilità le capulane accolgono bambini come marsupi, trasportano carichi come sacchi, adornano tavole e teste come turbanti, e tanto altro. La nostra esperienza è stata versatile un po’ come una capulana, abbiamo potuto vivere la realtà della quinta, dell’escolinha, dell’ospedale, dei nucleos, della lixeira, delle strade, del campo da calcio, del fiume, della palhota, dell’accoglienza delle case delle persone, della chiesa come luogo di incontro di bambini di adulti, di festa, di musica, di canti, di danze, di ritiro, di commozione, di comunione. Siamo stati testimoni grazie alle storie delle persone, le storie di Sofia, le storie delle suore di Madre Teresa di Calcutta, di Cristina, di Carlotta, di Dania, di Kavanisse e di tanti altri. Sofia ci ha supportati, guidati e coinvolti, sfidandoci a sgranare gli occhi e accogliere ciò che ci circondava. La voglia di una progettualità condivisa con le persone e i luoghi di Mafuiane è forte, ma non ci si può nascondere la complessità e l’incertezza delle situazioni, cercando però di rivolgere lo sguardo verso i progetti e le azioni che hanno creato una possibilità di scegliere laddove questa non ci sarebbe stata, facendo si che questa sia sempre più ordinaria e non straordinaria. Ecco, forse la giusta origine della nostra missione non è stato tanto l’essere mandati, quanto farsi testimoni concreti, come il testimone di una staffetta che gli atleti si passano e afferrano senza farselo scappare. Il nostro testimone prezioso è fatto di questa realtà in tutti i suoi aspetti, quelli più amari e quelli più dolci, e cercheremo di trasmettere quanto ci è stato affidato, portandovi con noi sotto il gazebo di Mamre.
Kanimambo Mafuiane




